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il napoli teatro festival ha coprodotto due dei candidati ubu 2017 miglior spettacolo straniero

Candidati Miglior spettacolo straniero presentato in Italia

Belgian Rules/Belgium Rules di Johan De Boose (ideazione e regia Jan Fabre; produzione Troubleyn/Jan Fabre; coproduzione Napoli Teatro Festival Italia-Fondazione Campania dei Festival, ImPulsTanz Vienna International Dance Festival, Théâtre de Liège, Concertgebouw Brugge)

Five Easy Pieces di Milo Rau (regia Milo Rau; coproduzione CAMPO & IIPM; coproduzione Kunstenfestivaldesarts Brussels 2016, Münchner Kammerspiele, La Bâtie – Festival de Genève, Kaserne Basel, Gessnerallee Zürich, Singapore International Festival of Arts (SIFA), SICK! Festival UK, Sophiensaele Berlin, Le phénix Scène Nationale Valenciennes Pôle européen de création)

The Great Tamer di Dimitri Papaioannu (regia Dimitri Papaioannu; produzione Onassis Cultural Centre – Athens; coproduzione CULTURESCAPES Greece 2017 – Basilea, Dansens Hus Sweden, EdM Productions, Festival d’Avignon, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, National Performing Arts Center-National Theater & Concert Hall, NPAC-NTCH – Taiwan, Seoul Performing Arts Festival, Théâtre de la Ville – Paris / La Villette – Paris)

Krapp’s Last Tape di Samuel Beckett (regia Oskaras Koršunovas; produzione OKT/Vilnius City Theatre)

Nicht Schlafen (Non dormire) di Hildegard De Vuyst (regia Alain Platel; produzione les ballets C de la B; coproduzione Ruhrtriennale, La Bâtie-Festival de Genève, Torinodanza festival, la Biennale de Lyon, L’Opéra de Lille, Kampnagel Hamburg, MC93-Maison de la Culture de la Seine-Saint-Denis, Holland Festival, Ludwigsburger Schlossfestspiele, NTGent, Brisbane Festival)

Richard III di William Shakespeare (regia Thomas Ostermeier; Schaubühne Berlin)

emma dante, antonio latella e alessandro serra candidati miglior regia al premio ubi 2017

Sono state annunciate oggi le nomination dei Premi Ubu 2017, gli Oscar del teatro italiano, giunti quest’anno alla quarantesima edizione. La premiazione si terrà a Milano il prossimo 16 dicembre 2017:

Miglior regia

Massimiliano Civica per Un quaderno per l’inverno

Emma Dante per Bestie di scena

Antonio Latella per Pinocchio

Massimo Popolizio per Ragazzi di vita

Alessandro Serra per Macbettu

Angelica Liddell al Napoli Teatro Festival

L’Eucarestia di un Gesù bambino che imbraccia il Kalashnikov

NAPOLI – Me li ricordo ancora i giorni in cui, due anni fa, Angélica Liddell, la guastatrice del teatro europeo, presentò all’Olimpico di Vicenza – nell’ambito del 68° ciclo di spettacoli classici, non a caso diretto da un’altra «estremista», Emma Dante – lo spettacolo «Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ lag in Todesbanden. Oh, Charles!». Le accuse di blasfemia, l’intervento del vescovo, l’anatema lanciato da Salvini, le veglie di protesta dei cattolici integralisti. Mi schierai subito, su questo sito, dalla parte della Liddell. Ed Emma Dante mi ringraziò, perché, disse, avevo chiarito i lati oscuri ed ostici dello spettacolo.

In realtà, avevo dimostrato che Salvini e soci si scandalizzavano di ciò che stava, pari pari, nella «Lettera» di San Paolo. E avevo potuto farlo in quanto – una delle cose strane della mia strana vita – sono un esperto di testi sacri. Insomma, sulla base di questa competenza specifica sostenni che il teatro di Angélica Liddell è iconoclastico e/o provocatorio solo in merito alla forma, mentre risulta perfettamente in linea con i contenuti profondi trasmessi dalle fonti adottate. E lo stesso discorso vale, ora, per lo spettacolo «Genesi 6, 6-7» che l’autrice, regista e attrice catalana ha presentato al Politeama nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia.
Qui le fonti sono costituite, appunto, dai versetti 6 e 7 del capitolo 6 del primo Libro della Torah del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana. Il versetto 6 recita: «Jhwh si pentì di aver fatto l’umanità sulla terra e se ne addolorò in cuor suo», mentre il 7 aggiunge: «Jhwh disse: “Sterminerò dalla faccia della terra l’umanità che ho creato, e con gli uomini anche i quadrupedi, i rettili e gli uccelli del cielo, perché mi sono pentito di averli fatti”».
Come si vede, rispetto a «l’Eterno» e a «il Signore» comparsi nei giornali in sede di presentazione dello spettacolo della Liddell, utilizzo, correttamente, il tetragramma con cui l’ebraismo sostituisce Jahweh, il nome impronunciabile di Dio. E la precisazione mi serve per sottolineare che, a proposito della predetta fedeltà ai contenuti profondi trasmessi dalle fonti adottate dalla Liddell medesima, occorre mettersi proprio sul terreno della filologia.

Infatti, la Liddell ha dichiarato (ed è la più importante fra le tante dichiarazioni da lei rilasciate nella circostanza) di aver pensato, per quanto riguarda la forma del suo spettacolo, alla narrazione per riquadri tipica dell’iconografia medievale. E subito mi torna in mente, e dunque davvero non a caso, che furono per l’appunto i teologi medievali a teorizzare, nel solco di Origene, che alle Scritture, e perciò anche alla «Genesi», possono essere attribuiti quattro significati (letterale, allegorico, morale e anagogico) che s’identificano, rispettivamente, con la storia, la dottrina, giusto la morale e la mistica.
Ebbene, io direi che Angélica Liddell prende in considerazione soprattutto la prima ipotesi: si riferisce al significato letterale e, di conseguenza, si attesta in una dimensione storica. E ne discende che il piano narrativo interno al testo biblico finisce inevitabilmente a sfociare nel contatto, bruciante o svagato, con la variegata realtà del mondo di oggi.

Così, ci sono – a partire dalla proiezione iniziale delle immagini di una circoncisione – i segni della tradizione ebraica più dogmatica: dallo «shtreimel» (il cappello di pelo) e dai «payot» (i boccoli laterali) degli ebrei chassidici e ortodossi in genere ai «tefillin» (le due scatolette contenenti brani della Torah allacciate l’una sulla testa e l’altra sul braccio sinistro); ma dopo, nel corso della danza di due ragazze gemelle incinte, evidentemente mutuata da quella dei dervisci rotanti, che è una vera e propria cerimonia religiosa, compaiono prima delle chitarre elettriche e poi un Kalashnikov.
Parlo anche della straordinaria coerenza che al riguardo mette in campo la Liddell: qui i «tefillin» sono indossati da un uomo e da una donna completamente nudi e con il corpo dipinto di rosso; e poiché gli stessi «tefillin» vengono abitualmente indossati durante la «shachrith», la preghiera del mattino, non facciamo fatica a capire che quell’uomo e quella donna sono Adamo ed Eva, giusto gli esseri che configurano l’alba della vita e che, con il loro corpo dipinto, richiamano le analoghe usanze rituali dei loro più antichi fratelli, gli aborigeni australiani.
Però, si capisce, ad un tempo, che in «Genesi 6, 6-7» domina un continuo abbassamento del tono, che passo dopo passo, simbolo dopo simbolo, approda alla pura e semplice degradazione. E tanto accade perché Angélica Liddell ha a sua volta capito una cosa fondamentale: se Dio è soprattutto il Creatore, e se, dunque, Dio s’identifica con la propria Creazione, nel momento in cui la distrugge distrugge se stesso; di modo che «Dio è morto», il celeberrimo aforisma che Nietzsche coniò ne «La gaia scienza», è da riscrivere. Bisogna dire: «Dio si è suicidato».
Si giustifica perfettamente, quindi, il parallelo che la Liddell istituisce fra questo Dio e Medea. La quale, come sappiamo, dopo aver ucciso i figli sparisce: nel senso che cessa di esistere (in quanto mito, la maga barbara venuta dalla Colchide, e in quanto donna, la moglie di Giasone) per trasferirsi in una dimensione «altra», involandosi a bordo del carro del Sole.
L’abbassamento di tono a cui ho accennato si dispiega, del resto, anche sul versante filosofico-teologico. Durante il dialogo fra l’uomo e la donna nudi e dipinti di rosso, a lui che dice: «La materia è imprescindibile per l’esistenza dello spirito, è la sua dimora» lei replica: «Significherebbe che Dio fu materia, prima di spirito. Una sostanza». E lui conclude: «Forse non ha mai smesso di essere una sostanza, una sostanza con le caratteristiche antropomorfiche che le abbiamo concesso».

Ancora una scena di «Genesi 6, 6-7»

Arriviamo, così, a uno dei temi fondanti del teatro di Angélica Liddell riferito alle Scritture, quello del corpo così come si determina nell’ambito del Sacro. Appunto nella «Prima lettera di San Paolo ai Corinzi» c’è un passo-chiave (15, 36) che spiega questo processo: «Stolto, ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore». In altri termini, solo se viene seppellito nel buio il seme potrà produrre il fiore che nella luce darà il frutto. E in fondo è proprio quello che fa la Liddell: il corpo mistico viene seppellito nel corpo fisico, e giusto da tal seppellimento nasce la tensione verso un assoluto che coincide col Sacro.
Succede lo stesso con la parola, equiparata allo sperma. Sicché non è un caso che il passo della «Genesi» (17, 6) in cui Dio dice ad Abramo: «ti renderò fecondo senza limiti» sia espresso non con le parole, appunto, ma con la lingua dei segni.
Il ricorso a una simile lingua rimanda, peraltro, alle usanze rituali di cui sopra. E anche qui troviamo, a ribadire la coerenza eccezionale del lavoro svolto dalla Liddell, una conferma del progressivo abbassamento di tono che si manifesta nello spettacolo. All’Angélica che si tormenta pigiando con le ginocchia sui sassi (il rito penitenziale) fa seguito l’Angélica che punta un coltellaccio verso un bambino portatole sulle braccia da una sorta di sacerdote barbuto (il rito sacrificale). Mentre l’ostia consacrata della Comunione diventa un impasto di farina spinto verso la bocca della stessa Liddell da un nastro trasportatore montato sul lungo tavolo che fa da altare per la Messa. E mentre proprio quella farina, stavolta in polvere, avvolgerà in una nuvola l’abbraccio orgiastico fra le due gemelle nude. E mentre, infine, il quotidiano scivolerà nell’incubo (il cavallo ad otto zampe che cala dall’alto) e nella deformità (l’uomo privo di un avambraccio).
A fronte di tali invenzioni, basta, però, un solo esempio per confermare la fedeltà della Liddell al dettato profondo del testo biblico. Quell’accenno al rito sacrificale trova un impressionante riscontro nei versetti 8 e 9 del Salmo 137: «Figlia di Babilonia, devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi bambini e li sfracellerà contro la pietra».
Il tutto, poi, si riassume e si esalta nell’ultima scena, la più bella e densa di significato. Un bambino si siede al proscenio sbocconcellando del pane. Ma ha in testa una corona di spine: e dunque è Gesù, un Gesù bambino ma già destinato al martirio; e il pane che sbocconcella è quello dell’Eucarestia che istituirà da grande, prima di morire. Questo Gesù vorrebbe, quindi, una rinnovata fraternità al di là del tempo. Però non può più ripetere il «Fate questo in memoria di me» del Vangelo di Luca (22, 19). Adesso imbraccia anche lui un Kalashnikov. Circa il quale una gelida scritta proiettata sul fondale ci aveva dato queste informazioni: «L’AK-47 è l’arma da fuoco più prodotta della storia, la più numerosa del pianeta, ce ne sono più di 100 milioni nel mondo. La cadenza di tiro è di 600 colpi al minuto. Consente di raggiungere un bersaglio a 285 metri di distanza». Con la conclusione: «Tu sei sempre a 284 metri di distanza. Sparerò per un minuto e non sbaglierò».
Certo, non mancano le lungaggini, né i segni troppo criptici o, al contrario, troppo esibiti o, ancora, incongrui (come «Ma che freddo fa» cantata da Nada). Ma gli attori dell’Atra Bilis Teatro, la compagnia della Liddell, appaiono tutti (Yury Ananiev, Juan Aparicio, Tania Arias Winogradow, Itziar Barriobero, Sarah Cabello Schoenmakers, Paola Cabello Schoenmakers, Lola Cordón, la stessa Angélica Liddell, Sindo Puche e Aristides Rontini) all’altezza del compito. E penso, per concludere, alla definizione («rituali dell’angoscia») che la Liddell ha dato dei suoi spettacoli. Questo «Genesi 6, 6-7» ha il respiro del nostro tempo malato. Tanto è vero che, imprevedibilmente, ne ho trovato l’eco nel passo di «Solea» di Jean-Claude Izzo che della «Genesi», e non meno imprevedibilmente, costituisce una sintesi: «In principio era il peggio. E il grido del primo uomo. Disperato, sotto l’immensa volta celeste. Disperato di capire, lì, schiacciato da tanta bellezza, che un giorno, sì un giorno, avrebbe ucciso suo fratello».

Enrico Fiore (Controscena.net)

Jan Fabre presenta l’anteprima mondiale della sua nuova creazione al Napoli Teatro Festival

In questo nuovo lavoro Jan Fabre metterà al centro della sua attenzione il complesso volto del Belgio.
Terra di sepoltura, di scontri cruciali e di battaglie e sconfitte storiche, dove giacciono spade e baionette e corpi di soldati che furono semi nella sabbia che resero questo paese fertile nelle arti.
Questa  piccola e brutta terra, fin troppo umiliata eccelle e trascende i suoi limiti nella poesia e letteratura con Hadewijch e John of Ruusbroec, terra di Rubens, Rogier van der Weyden, e Jacob Jordaens, di Bosch, Breughel, maestri che ci hanno insegnato a guardare oltre i limiti della realtà.
Ma anche la terra di Felicien Rops e di Magritte che ci insegnò che le cose non sono come si vedono.
Per questo progetto Jan lavorerà con 15 interpreti di teatro, danza e musica per dare un ritratto della ricchezza di questo cretto, dei suoi personaggi, delle sue feste, del suo quotidiano, del consumismo da patatine fritte e maionese, e del contrasto con la forza della sua creatività contemporanea.
Un selfie della sua terra natale.
Farà parte del progetto Raymond van het Groenewoud che comporrà le canzoni e le musiche dello spettacolo.
Teatro Politeama, 1 e 2 luglio 2017

Emma Dante: Record di presenze al Piccolo Teatro di Milano

“…Emma Dante è reduce dagli applausi a scena aperta e dalle standing ovation del suo spettacolo Bestie di Scena che nelle complessive 19 repliche in calendario al Piccolo Teatro Strehler di Milano, con record di presenze che supererà i 16mila spettatori, ha segnato uno storico incremento di giovani balzato al 51%”. La Repubblica, 14 marzo 2017

Bestie di Scena di Emma Dante è stato accolto con grande attenzione da parte dei media e dai social network. Tra le recensioni, per alcuni si rende evidente una crisi del ruolo della figura “dell’attore” nel teatro contemporaneo.

Ecco alcuni estratti delle recensioni apparse fino ad oggi:
La Repubblica: Anna Bandettini
il teatro per Emma Dante è un congegno delicato e complesso dove giocare con i propri fantasmi e qui, i 14 attori che ha denudato per oltre un’ora in palcoscenico, sembrano più il bisogno, perfino fragile, di esporre allo sguardo la propria condizione di persone…
…Bisogna dare atto a Emma Dante del coraggio di essere entrata nella macchina teatrale di una istituzione come il Piccolo senza tradirsi e senza ripetersi, con uno spettacolo inatteso, sconcertante perché privo di attrattive estetiche (ma di belle scene ce ne sono: il finale, per esempio, con gli attori davanti al pubblico e il suono dei vestiti gettati dalle quinte dietro di loro) e contenutistiche, senza parole, senza scene, le luci scarse e fisse, senza commento sonoro a parte due momenti con Only you dei Platters. Da un certo punto di vista fa pensare a Pina Bausch, a Remondi e Caporossi, la cui poetica è nota a Emma Dante, ma anche al disordine animale di certi rituali e di tanto suo teatro, alla sua ossessione del corpo dell’attore per farci sentire la vita. Ci si può annoiare o ridere davanti a quei nudi buffi (bravissimi Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Alessandra Fazzino, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli) che apparentemente non fanno niente, ma questo non rende Bestie di scena meno conturbante e commovente nella sincerità con cui scardina le logiche della finzione, nell’urgenza con cui afferma il desiderio di amore e infinitezza per il teatro esposto a un denudamento senza consolazioni, nella semplicità con cui chiama lo spettatore, così abituato a essere subissato di messaggi e immagini da non avere vuoti per pensare, a guardare nel silenzio quel grado zero. Che forse è anche il suo.
Bestie3
Doppiozero: Maddalena Giovannelli
…Qualcosa di ben più radicale accade invece nelle partiture sceniche di Antonio Latella e di Emma Dante: qui l’interrogativo sull’arte dell’attore investe le fondamenta stesse del fare teatro, ne trasforma i linguaggi, ne smangia i contorni. Le due ricerche si muovono, per la verità, in direzioni estetiche e artistiche molto differenti tra loro; ma tanto Dante quanto Latella hanno scelto, fin dagli esordi, di allontanarsi con decisione da ogni forma di ‘rappresentazione’, di racconto lineare, di semplice esposizione di un testo. Nelle loro regie non c’è patto di finzione con il pubblico che venga rispettato, non c’è trucco che non venga svelato, non c’è filtro di mediazione che non venga sondato e messo in crisi. E in questo contesto, cosa resta dell’’interprete’ tradizionalmente inteso?
Gli attori, nei loro spettacoli, risultano per lo più straordinariamente efficaci, paiono capaci di superare ogni possibile limite fisico o vocale, e riescono immancabilmente a conquistare lo spettatore con la loro intensità e credibilità. Ma a uno sguardo attento ci si accorge di qualcosa di più profondo: che la stessa definizione di ‘bravo attore’ non è più adeguata o sufficiente per descrivere quello che stiamo vedendo, e che richiederebbe di essere rielaborata e rivista alla luce del codice espressivo al quale è prestata 
 
Il Fatto Quotidiano Blog: Tommaso Chimenti
in questo “Bestie” evidentemente Emma Dante mette in campo la sua idea di regia e il suo pensiero sul mestiere dell’attore. Le bestie sono i protagonisti, corpi senza dignità né volontà, manichini da manovrare a piacimento. Infatti, nei movimenti precisi e disciplinati, la tesi che si evince è quella di un deus ex machina-guru che governa il tutto, massima autorità su questi sette (numero biblico) uomini-Adamo e altrettante donne-Eva (nudi come installazioni di Tunick nell’Eden-palcoscenico)… capiamo che per la Dante l’attore debba essere necessariamente passivo, prigioniero alla catena, che attende come fan, come adepto un cenno dal suo dio in terra, il famigerato temuto regista…Ci ha messo addosso una sottile inquietudine e un velo di tristezza questa concezione del direttore crudele e malvagio che spreme e abusa dei suoi interpreti. Dopotutto senza attori non ci sarebbe il teatro. W l’attore.
Bestie2
Exibart: Rosellina Garbo
Cercate di evitare di trovare “sensi” o simboli: lasciatevi travolgere. Lasciate sfogare la vostra emotività; non erano pochi i fazzoletti bagnati ieri, a fine spettacolo. Tramutatevi voi stessi – lo siamo già, inconsapevoli – in queste “bestie sul palco”, indicazione che dovrebbe essere la più importante metafora da portarsi a casa: essere “bestie” nel teatro della propria vita: sperimentando senza paura di cadere, lasciandosi visceralmente scoprire dalla passione. Rischiando di essere intrappolati.
“Senza storie da raccontare, né costumi da indossare, le bestie di scena si muovono maldestramente come al principio di tutto, obbligandoci a dare peso, volume e ingombro al nostro sguardo. Siamo noi a scegliere sin dall’inizio se accoglierli o rifiutarli”, scrive Dante nelle note di regia.
Il tutto in maniera eccellente, rigorosa, spettacolare, meticolosa, come il forsennato uso del corpo che la regista mette in scena grazie ai suoi attori-ballerini, forgiati da un allenamento e una concentrazione a dir poco militare. Ma la vita, in fondo, non è un campo di battaglia?
delteatro: Maria Grazia Gregori
Per chi conosce da tempo il teatro di Emma Dante Bestie di scena, con un vero e proprio successo di pubblico giovanile potrebbe essere una sorpresa spiazzante. Del resto da qualsiasi lato lo si osservi Bestie di scena è spiazzante, per nostra fortuna direi.Come definire, del resto, uno spettacolo che sembra azzerare molti dei parametri del fare teatro grazie alla folgorazione, alla dimostrazione di quello che si potrebbe definire il livello zero dello stare in scena? È così fin dall’inizio, da quando il pubblico entra in sala e trova gli attori già in palcoscenico, impegnati in quelli che potrebbero sembrare esercizi di un training quotidiano e in effetti lo sono. Non è così, però, e i quattordici interpreti che lì si trovano in realtà “misurano” lo spazio, il suo attrito, la sua resistenza e intano prendono coscienza del proprio corpo, della sua abilità, della sua capacità di agire, di conoscere l’altro, di sviluppare con lui un’azione, dopo averne avuto una percezione a tentoni. Francamente non so se Bestie di scena possa essere un punto e a capo, una ripartenza alla ricerca di altre strade nate dalla curiosità creativa, dal coraggio dell’artista. Quello che so è che è fortemente diverso rispetto al suo precedente universo creativo, un qualcosa ancora in divenire ma convinto e sincero.
 
Sipario: Nicola Arrigoni
In Bestie di scena si ritrovano eco dei precedenti spettacoli della regista palermitana: da mPalermu, a Vita, mia, da La Scimia fino alle Sorelle Macaluso, ma ci sono – nella danza – anche importanti omaggi a Pina Bausch della Sagra della primavera, piuttosto che a Maguy Marin di May B. Questi riferimenti sono forse gli appigli che lo sguardo di uno spettatore consapevole richiama a sé per muoversi in Bestie di scena che nulla concede, che nel suo rigore mimico e gestuale chiede di guardare, confrontarsi con la fragilità dell’essere umano. Bestie di scena di Emma Dante è una partitura fisica che riempie gli occhi, che parte dal teatro per approdare al mondo, vorrebbe raccontare la fragilità degli attori in scena e finisce col mostrare la nostra natura indifesa di uomini di fronte ad un tempo e a uno spazio a cui siamo del tutto indifferenti, particolare minimo nella grande macchina del Creato, particelle perdute nel buio dell’universo.
Alcune letture di questo spettacolo ne hanno evidenziato aspetti di sadismo gerarchico o di banale ripetitività del quotidiano; ci sembra che corrano il rischio di mantenersi appiattite su un piano letterale di visione. Se un aspetto fondamentale della seriosi teatrale si ritrova nella presenza in essa di sistemi di segni eterogenei e interdipendenti, un approccio miope che non concede allo sguardo di rinviare il segno a un universo di senso, può esporsi alla possibilità della noia, vedendo un gruppo di corpi nudi compiere azioni inutili in sede scenica, o addirittura all’indignazione…ci sono (parecchi) corpi nudi che fanno cose inutili sopra un palco!
Bestie
Teatrocritica: Giulia Muruni
…Invece l’antropologia esposta cui dà vita Emma Dante sembra che riassuma ed evochi il disagio dell’esistenza corporea, materica quindi fallibile, elementare nella sua finitezza ma scomposta in sezioni di indefinita complessità. La fragilità, il senso atavico di manchevolezza e insufficienza, la rincorsa sragionata di fini vani, sono alcune gradazioni dell’evocazione immaginifica e potente costruita dalla regista palermitana, ben consapevole della lezione vivissima e struggente del Tanztheater bauschiano. L’opera parte dalla volontà di raccontare il lavoro dell’attore – si legge nel programma di sala – ma inizia con la rinuncia a qualsiasi tema e, risalendo allo stadio originario e primitivo cui si presta chi va in scena, si avvicina all’essenzialità umana, ancestrale, sacra e impura al contempo senza contraddizione alcuna.
Bestie di Scena è in scena al Teatro Strehler del Piccolo Teatro di Milano fino al 19 marzo 2017.
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angelica liddell presenterà a napoli il terzo episodio della trilogia dell’infinito

GENESIS (nuova creazione) 16-17 giugno 2017 Teatro Politeama

Terzo capitolo del lavoro sull’Infinito di Angelica Liddell (Que haré yo con esta espada presentato al Festival di Avignone 2016; e Esta breve tragedia della Carne, La Batie Geneve 2015) Angelica si dedica alle terza e ultima creazione di questa della trilogia, dal titolo “Genesi”.

Questa terza parte della trilogia dell’Infinito verrebbe immaginata e scenicamente proposta al confine dell’ignoto, in quella stanza nello spazio dove finisce i sui giorni il protagonista di 2001 Odissea dello spazio di Kubrick. Luogo che apre la porta al sogno dell’immortalità e suggerisce l’idea di un cosmo multiforme, straordinariamente aldilà, nelle sue più lontane dimensioni.

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note sulla nuova creazione di emma dante

Bestie di scena

scritto e diretto da Emma Dante

Vi prego, la battuta ditela come l’ho detta io; sciolta, in punta di lingua.

Se la urlate come fanno tanti attori, tanto varrebbe chiamare un venditore ambulante. E non falciate l’aria con le mani, calma! Perché nell’onda, nella tempesta, non so come dirvi, nel vortice della passione, dovete trovare un equilibrio che renda quella tempesta fluida come musica.

Amleto.

“bestie di scena” prevede un’indagine sul significato dell’essere attore, sulla natura fragile e complessa del suo divenire. “attori” intesi come esseri nell’atto, artefici di un’azione che muore nell’istante in cui nasce.

È un progetto che racconta l’impossibilità di recitare, il fallimento dell’agire e il profondo disagio di mostrarsi nudi davanti a una platea di spettatori protetti dalla maschera sociale.

L’attore è colui che si scaglia sulla scena spinto da una forza sovrumana. Varcato il confine, l’attore rinasce, rompe la membrana dei polmoni e del diaframma e respira come se respirasse per la prima volta. A poco a poco si ambienta sul palco e quando incrocia lo sguardo del pubblico diventa puttana e assassino, fotte il personaggio e poi lo uccide.

L’attore è l’ingegnoso nemico di se stesso, il predatore che si fa preda…

Indago la sua nudità, l’essenza, la sua natura bestiale, il palcoscenico che insozza e dal cui recinto non può uscire.

Il palco è nudo, delimitato da un fondale e sei quinte. Nel girone dell’inferno un gruppo di anime espia la colpa: attori peccatori camminano in cerchio, avvinghiati gli uni agli altri, nudi, lenti; prigionieri dei loro marcantonii dall’aria ispirata, delle loro giuliette giovani e belle, delle nutrici grasse, dei macbeth dalle mani tese, prigionieri delle convenzioni, dei tic, delle nevrosi collettive, non riescono più a uscire di scena.

“Attore, fermo! non ti muovere! Non tormentare quel mignolo, rilassa le spalle, guardami! Ora guarda lei! piano piano… come in un sussurro… Eccoti, Otello! Guardala! Lei è nuda. si vergogna. Ti stava aspettando. Non le credi. Ti convinci che è l’altro che aspetta. Il tuo sguardo si riempie di pensieri cattivi. Monti l’odio. Ti prepari a uccidere. Nascondi le sue nudità con le tue mani. La soffochi. Stringi la sua gola, stringi veramente, con tutta la forza che hai…. “

Iniziano i preparativi per la presentazione del programma Misteri e Fuochi

14 settembre 2015

‘Corpi negati alla scena’ così come li chiama Armando Punzo nella ‘città dell’Ilva’ a rappresentare il ciclo della vita. Il drammaturgo e fondatore della Compagnia della Fortezza comincia a lavorare nel quartiere Tamburi di Taranto alla sua residenza artistica, in scena il 24 settembre. S’intitola Paradiso – Voi non sapete la sofferenza dei Santi e con essa il regista rappresenterà con attori non professionisti ovvero i cittadini di Taranto questo luogo così carico di simboli e significati. Il progetto è presentato nell’ambito della rassegna ‘Misteri e fuochi’, coordinata da Teatro pubblico pugliese, che ospiterà artisti internazionali al confronto con il territorio dal 25 al 27 settembre: al teatro Margherita di Bari, Shoja Azari, Mohsen Namjoo e Shirin Neshat allestiranno ‘Passage through the world (Passando da questo mondo)'; Tamara Cubas presenterà ‘Multitud’ nell’anfiteatro romano di Lucera e, a chiudere, domenica 27 nel Castello alfonsino di Brindisi, ‘Las puertas de la carne’ di Angelica Liddell. 085857377-6c40c62c-b685-491a-9ce6-33ef7e3eb64a
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emma dante inizia a lavorare alla sua nuova creazione

Bestie di scena

scritto e diretto da Emma Dante

“bestie di scena” è un progetto articolato in varie tappe che comprendono la presenza di diversi partner europei. Gli studi su “bestie di scena” prevedono un’indagine sul significato dell’essere attore, sulla natura fragile e complessa del suo divenire. “attori” intesi come esseri nell’atto, artefici di un’azione che muore nell’istante in cui nasce.

È un progetto che racconta essenzialmente l’impossibilità di recitare, il fallimento dell’agire e il profondo disagio di mostrarsi nudi davanti a una platea di gente comodamente seduta e a riparo dietro la maschera sociale.

L’attore è un narratore presente in ogni sua manifestazione, caratterizzato dall’espressione che mentre si forma comincia a morire.

L’attore è l’ingegnoso nemico di se stesso, colui che organizza battute di caccia… il predatore che si fa preda… Indago la sua nudità, l’essenza, la sua natura bestiale, il palcoscenico che insozza e dal cui recinto non può uscire.

Inizieremo a lavorare a questa creazione dal mese di settembre 2015, con un laboratorio da realizzarsi a Palermo nella sede della compagnia.
Questa fase di prove di ricerca tramite laboratori  (di ca 1-2 settimane ognuno) verranno ripetuti nel corso del stagione, e serviranno anche per scegliere la compagnia definitiva, che proverà poi a ridosso della prima per ca 1 mese e mezzo.  Debutto previsto per febbraio 2017.

censura sul teatro olimpico

1 settembre 2015 . Noi abbiamo visto lo spettacolo di Angelica Liddell, e posso dirvi che è uno straordinario inno all’amore, una travolgente passione sacra, uno spettacolo forte, inteso, un manifesto all’amore, urlato, disperato e vitale.

Nessuno si masturba in scena, un “personaggio” dello spettacolo racconta che da bambina si masturbava con il crocifisso. Tutto qui. Basterebbe raccontare ai censori, che l’Olimpico vede di continuo “oscenità” peggiori nel suo palcoscenico. Madri che uccidono i suoi bambini, incesti tra figli e genitori, figli che uccidono il padre, tradimenti, assassini, strappare la carne a un uomo… Che altro se non i conflitti, i limiti e le barriere oltraggiate, i confini sorpassati degli eroi, si esprimono e accadono a teatro?
Nella Primera Carta de San Pablo, tramite la poesia e la spiritualità, Angelica Liddell ci trasmette solo pudore, rispetto per il sacro e bellezza.
Di una cosa possiamo essere certi, dopo aver visto lo spettacolo, il pubblico si sentirà più vicino alla spiritualità e a Dio di quanto no lo sia mai stato a teatro. AG.

Angelica Liddell ha presentato a Lausanne “Carta a San Paulo…”

Quest’opera fa parte del “Ciclo delle Resurrezioni”. Un ciclo costituito da varie pièce il cui tema principale è il ritorno alla vita dei morti. Anche se non sempre è il corpo a ritornare alla vita. La Lettera di San Paolo ai Corinzi contiene una delle più appassionate difese dell’amore che siano mai state concepite. Ma abbiamo lavorato sul testo per costruire un’eresia: trapiantare il fervore dell’amore sacro nel territorio dell’amore profano. Si tratta di una mistica rovesciata che cerca di trovare il senso del sacro all’interno dell’eresia stessa.

Non so come sono arrivata a questo regno immaginario d’idioti tormentati, i credenti, disperati che inventano i propri dèi per non impazzire, perché l’amore pronto a essere donato non si corrompa a causa dell’assenza di un destinatario e si accumuli nel cervello come un gas velenoso. Misero regno d’idioti mistici, inventori di segni, premonizioni e visioni che compensano l’impotenza di fronte all’avversità, di fronte al castigo; meglio affidarsi a una preghiera quando la volontà manca di produrre effetti.

Non so come sono arrivata a questa valle di altari ridicoli, non so se si può bastonare a sangue se stessi per uscire da questo fascio di raggi immaginari, questo rifugio falsamente sacro, quest’invenzione insensata che mi spinge a dar retta alle profezie menzognere dei ritardati. Abbiamo bisogno di segni, maledizioni e profezie per convincerci di non essere malati e senza speranza, e malgrado ciò ogni segno esacerba la malattia e la disperazione che finiscono per trasformarci in figure grottesche. Le smorfie di adorazione non sono altro che le orribili tracce di questa maledetta sofferenza ininterrotta che tollera l’immaginario solo perché la realtà è insopportabile, satura di esseri umani insopportabili.

Penso che avendo ricevuto un’educazione religiosa, la mia influenza più grande viene dalla Bibbia. La sua violenza poetica continua ad affascinarmi, i tormenti spirituali e il bisogno di redenzione ad ossessionarmi … Voglio lavorare con l’idea di Dio come se esistesse – pur sapendo che non esiste – al fine di realizzare la brutalità della sua assenza. Il silenzio di Dio frantuma le nostre vite”.

Questo spettacolo verra presentato in prima italiana al Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico di Vicenza il  18 e 19 settembre 2015

Claudio Tolcachir

la foto il 15 gennaio Claudio Tolcachir presenterà la sua nuova creazione Dinamo, in un incontro con la stampa e il pubblico organizzato dal Festival Santiago a Mil di Santiago alla sala del GAM.
 il macello a bruxelles (74)
Dopo l’anteprima mondiale di Bruxelles (vedi foto), Il Macello di Giobbe si apresta a riprendere una tournée internazionale da gennaio 2016.  Angelica Liddell presentera al Teatro Olimpico di Vicenza il debutto italiano della sua nuova creazione “Lettere di San Paolo ai Corinzi

Platea 15

logo-fitam Dal 13 al 18 di gennaio 2015, il Festival Santiago a Mil, presenta la Settimana dei programmatori, dove si programma le più innovative creazioni di teatro e della danza del sudamerica. Link: http://www.fundacionteatroamil.cl/platea