il sangue

di pippo del bono

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Solo tre sedie, tre leggii e qualche strumento (liuto, opharion, oud, chitarra elettrica). Il teatro in questo caso è quello della musica e della voce. Che dall’inizio alla fine non smettono un attimo di rincorrersi, di schiaffeggiarsi, di abbracciarsi, di amarsi.

Da una parte un’immensa Petra Magoni che veste e spezza le note dentro vertigini, dall’altra Pippo Delbono che, quasi un cristo laico al centro del palco, pianta i chiodi della tragedia (soprattutto l’Edipo di Sofocle) e li semina sulla storia personale che poi è la storia di tutti. Un racconto di compassione che parte da lontano e arriva fino al presente fatto di madri che ci hanno lasciato, di esuli, di lontananze, di addii e di vite vissute da un’altra parte, anche dalla parte selvaggia, come cantava Lou Reed. Ma il musicista americano, spesso evocato dallo stesso Delbono, non è l’unico Grande ad entrare in questo «concerto-recital». Il pubblico vede prendersi per mano Sofocle e Leonard Cohen, Sinead O’ Connor e Fabrizio De Andrè. L’anima salva, nel finale, è Bobò, attore-feticcio di Delbono, sordo, muto e per quarant’anni rinchiuso in un manicomio. La sua voce senza parole si intreccia alle note scalate da Petra Magoni. E, forse, meglio di qualsiasi altra cosa, ci fa capire che da qualche parte «deve esserci un modo di vivere senza dolore».

descrizione il sangue di pippo del bono

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