emilia

di claudio tolcachir

Non accade spesso. In verità, non succede mai. Ma se un lavoro è capace di trasformarci per qualche ora, di renderci più sensibili, più vulnerabili, più delicati; se perfino ci impedisce di dare seguito alla convenzione dell’applauso, giacché lo spettacolo è finito, ma si resta immobili sulla poltrona, e per l’emozione non si è in grado di ringraziare gli attori della gran verità a che si è assistito in scena; della tanta onestà; se una piccola sala di teatro indipendente ottiene questo, il teatro non morirà mai. Da Timbre 4, Claudio Tolcachir e il suo lavoro “Emilia” ci danno ancora una volta l’esempio che il teatro, come diceva Stanislavsky, può catturare l’anima.

Con il suo ultimo spettacolo Claudio Tolcachir -come autore e regista- si addentra un’altra volta nel cuore di una famiglia, come lo fecce nell’ “Omissione de la familia Coleman” e nel “Viento en un Violin”. Ma più che rilevare l’argomento di quest’opera, la cosa meravigliosa di “Emilia” è cogliere come viene raccontata la storia, quali sono le sue risorse narrative, di interpretazione, e il doppio livello di azione, dove gli attori danno tutto di sé come in una gara.
La trama di “Emilia” non si percepisce subito. Si vede in scena un padre e marito disperato nel reggere una struttura famigliare che nonostante i suoi sforzi sembra affondare. Un uomo debordato, che vuole controllassi. Una madre andata. Un figlio in cerca di amore e di identità. In questo contesto, arriva colei che fu la tata del padre, una signora già anziana e bisognosa, ma che non ha perso le sue convinzioni. Nella storia appaiono presente, passato e futuro; le cose  accadono e si narrano, casi allo stesso tempo. Così Emilia, la tata, può parlare al pubblico e raccontare la sua storia, mentre i personaggi agiscono dietro, e quando sembrerebbe che non la vedono, improvvisamente la includono nei loro dialoghi. Lo stesso con lo spazio, che appare delimitato, ma al dì fuori di questo ambito, c’é l’azione.
 
Tolcachir realizza un doppio procedimento. Da un lato, mostra l’artificio teatrale: come quando uno dei personaggi è già in scena mentre il pubblico si accomoda in sala; ma allo stesso tempo costruisce una storia iper-realistica, con personaggi veri e con un livello di recitazione-verità che rende lo spettacolo ancora più tormentoso.
Inoltre i fatti non sono presentati tutti subito e deglutiti, ma accennati con mistero e nell’oscurità generando una costante nello spettacolo: la sensazione che in qualsiasi momento la fragile stabilità famigliare scoppierà in mille pezzi e che il tutto finirà nella peggiore delle maniere.
E’ impossibile non nominare gli attori di “Emilia”: Elena Boggan, Gabbo Correa, Adriana Ferrer, Francisco Lumerman e Carlos Portaluppi, vivono le loro emozioni senza censura, si giocano il tutto per tutto. Ogni scena che interpretano è uno schiaffo, un momento di incontestabile verità. Nessuno rimane a metà strada. Si umiliano, si tormentano, diventano fragili, chiedono perdono, per poi prendersi in giro.
 
Sì, in questo spettacolo l’attenzione del pubblico è straordinaria; e in scena un gruppo di attori che fanno il loro lavoro, con il cuore in bocca.
Mercedes Mendez, Tiempo Argentino.
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