angelica liddell

las puertas de la carne | genesis 6: 6-7 |
Una rabbiosa denuncia della patologia del potere. Un anarchico e paradossale sberleffo nei confronti di ogni sua deformazione. Fu alla Biennale di Venezia, un paio d’anni fa, che Angélica Liddell fece irruzione rumorosa, se pur tardiva, anche sulle scene italiane. Lo spettacolo si chiamava El año de Ricardo, e il Riccardo del titolo era chiaramente quello mostruoso di Shakespeare, ricreato in un delirante monologo. Fra un sorso di birra e il soddisfacimento di elementari funzioni fisiologiche, saltando e cantando e ballando davanti a un letto sfatto e un cinghiale impagliato, l’artista catalana (di Figueres, quasi ai confini con la Francia, la città natale di Salvador Dali) nulla risparmiava ai luoghi comuni anche progressisti. Da allora è proseguita in maniera quasi lineare la conoscenza carnale del teatro di Angélica Liddell. E l’aggettivo non deve sembrare improprio giacché, come pochi altri, il suo lavoro appare intriso di umori corporei, di una fisicità che a tratti diventa esplosiva, buttata senza vergogna in faccia allo spettatore. «Ho un motore di ribellione contro l’autorità», ha detto una volta di sé. Ma la sua ribellione serve poi da innesco a un viaggio verso zone molto più intime. Spesso dolorose.  Performer e autrice nel senso più completo dei suoi spettacoli, come l’Alice del reverendo Lewis Carroll, da cui ha tratto il nome d’arte Liddell, precipita ogni volta al di là di uno specchio, in un mondo sotterraneo popolato da figure ai confini del sogno o dell’incubo ma che proprio quella fisicità porta sul piano della vita. Che tutto questo la qualifichi come trasgressiva o magari giustifichi impropri accostamenti con un artista considerato altrettanto scandaloso qual è l’acquisito conterraneo Rodrigo Garcia, fa parte di una lettura pigra e superficiale del suo lavoro. Siamo, è chiaro, dalle parti di un’arte che crea un proprio mondo di cui ignora ancora le regole e forse la stessa esistenza, indifferente al problema della rappresentazione – e che richiede dunque un ascolto diverso da quello che serve per riconoscere ciò che è familiare.

La mitologia dell’artista racconta che vive in un piccolo appartamento di Madrid, dove lavora di solito per terra. Può stare giorni senza dire una parola e comunica di preferenza in forma scritta. Cammina anche parecchie ore ogni giorno, ma sempre lungo percorsi prestabiliti. Si dichiara misogina, conseguenza dell’odio nutrito nei confronti della madre che da bambina non la considerava del tutto normale ed era arrivata a farla visitare da uno psichiatra. Infanzia difficile, vissuta fra suore e soldati, il padre era un militare di carriera (ed erano ancora gli anni del franchismo, gli ultimi, vale la pena ricordare). Già allora leggeva moltissimo, anche di nascosto – «mi piace la letteratura che non ha ucciso Dio», dichiara. Del suo carattere malinconico è testimone anche il nome che ha dato alla compagnia che ha fondato insieme a Sindo Puche: Atra Bilis, ovvero la bile nera, uno dei quattro umori che la medicina di Ippocrate poneva a fondamento della natura umana.

In realtà fuori dal palcoscenico è una giovane donna minuta e dai gesti misurati, dietro lo sguardo ironico sembra ancora una ragazza. Ma è sulla scena che Angélica Liddell si trasforma, quasi che davvero fosse quello il luogo preposto a tenere sotto controllo (estetico) le manifestazioni della propria psicopatologia. Una sorta di personale manicomio. Dove misurare il potere della follia teatrale, per usare altrimenti una formula di Jan Fabre. Lavorare sul palco è un piccolo suicidio, dice ancora. E infatti all’interno del più vasto orizzonte tematico della morte che circoscrive il suo teatro (ma bisognerebbe forse dire tutto il teatro, fin dalle origini) il tema del suicidio ricorre con non casuale frequenza, anche se coniugato in forma beffarda come ne La falsa suicida, dove una Ophelia da peep-show condivide lo spazio con uno Horacio storpio e torturatore di bambole di pezza. Nemmeno i nomi scespiriani sono casuali. Eros e morte, non se ne sfugge.

Gianni Manzella (Estratti della presentazione del Ciclo del Teatro Classico al Teatro Olimpico 2015)

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