natale in casa cupiello

di antonio latella

Antonio Latella incontra per la prima volta il teatro di Eduardo e ritorna alle sue radici napoletane con Natale in casa Cupiello. Nella produzione del Teatro di Roma  Latella reinterpreta l’eredità di Eduardo nel confronto con la tradizione alla ricerca di forme nuove, affrancate dalla riproduzione e dai condizionamenti: nataleincasacupiellopremio
«per ereditare qualcosa bisogna accettare il fatto di non essere più figli ma “orfani” – commenta Latella –; solo quando accetti di essere orfano hai la capacità di ereditare e di capire cosa stai ricevendo”.

Domina e sottende Natale in casa Cupiello, la ricerca continua di un dialogo tra lingua italiana e napoletana, non dimenticando mai il confronto tra tradizione e riforma, radici e trasformazione, origini e innovazione. Proprio nella lingua risiede l’omaggio di Latella all’ “Eduardo” artista e uomo, drammaturgo di portata europea. Mentre la conquista di quello “spostamento” dalla tradizione come eredità, si manifesta e si dispiega nella drammaturgia “visiva” che si concentra sul Presepe. L’ossessione di Luca Cupiello che chiudeva allusivamente C’è del pianto in queste lacrime, esplorazione di Latella e della drammaturga Linda Dalisi nel mondo della sceneggiata napoletana.

Il Presepe è corpo, voce, parola, sguardo, è l’animale chiuso in ogni personaggio, è il dono che ogni personaggio porta al suo Creatore. “La stella cometa non porta nessuna buona notizia. Luca Cupiello insegue la stella come le pale di un mulino a vento.

La stella cometa illumina un presepe dietro il quale abbiamo messo tutto quello che non vogliamo vedere o che non vogliamo accettare, mentre arrivano le feste. La famiglia e le sue relazioni interne. La casa e gli equilibri che governa. Il carrozzone da trainare per un’altra “madre coraggio”. Quello che i genitori vogliono e quello che i figli fanno, le aspirazioni degli uni e la libertà degli altri, come si dovrebbe essere e come si vuole apparire. Vuoti  di  senso  sempre  più  difficili  da  colmare  che  diventano  risacche  di risentimento, odio, perbenismo formale diventato un abito troppo stretto per emozioni e sentimenti. E poi i parenti, i vicini, gli altri. Le generazioni si avvicendano e sono portatrici di valori diversi, distanti, inconciliabili, dagli esiti imprevedibili. Sguardi pronti a diventare giudizi e a indurci in comportamenti che qualcuno ha assunto come adeguati. Tutti sono immersi in un rituale funebre di interessi e di apparenze. Tutti sono schiavi di un dedalo di aspettative scontate, immobili come i personaggi del presepe, ma qui non ci sono nascite in vista.

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