Brevi interviste con uomini schifosi

Il drammaturgo e regista Daniel Veronese, maestro indiscusso del teatro argentino, porta in scena le “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace dando vita, con sguardo feroce e molto humor, a uno zibaldone di perversioni e meschinità, che ritraggono il maschio contemporaneo come un essere debole, che ricorre al cinismo se non alla violenza come modalità relazionale con l’altro sesso.

Veronese traspone queste voci, scritte da Wallace in forma di monologo al maschile, in dialoghi tra un uomo e una donna. In scena però chiama a interpretarli due uomini, che si alternano nei due ruoli maschile e femminile, in una dialettica che mette in luce tutte le fragilità, le gelosie, il desiderio di possesso, la violenza, il cinismo insiti nei rapporti affettivi.

 

Note da Mariana Mazover di Otra Parte                                                         

“Il titolo ci mette in guardia e non ci delude: “Breve incontri con uomini schifosi”; e per un’ora li vedremo, gli uomini ripugnanti. Scritta e diretta da Daniel Veronese, il lavoro ricompone, con notevole lucidità, una serie di monologhi in brevi conversazioni, dove assistiamo a due livelli di ripugnanza: quello che gli uomini fanno e quello che gli uomini narrano su quello che fanno.

Il titolo ci avverte: non c’è unità di azione. Le scene sono brevi e la connessione che propongono è tematica: parlano di conquiste sessuali, parlano di amore romantico o addirittura di perdita dell’amore, e lo fanno nella registrazione discorsiva in cui l’ideologia è meglio mascherata: l’universo del quotidiano.

Con un efficace dispositivo scenico che rompe (quasi) tutti i livelli espressivi dell’illusione realistica, Veronese concentra il nostro sguardo come se fossimo effettivamente in un laboratorio -il teatro- dove le ideologie sono messe alla prova e testate. In “Brevi Incontri con uomini schifosi” le pratiche affettive (cioè intime) e le pratiche discorsive (cioè sociali) di questi uomini sono offerte al nostro ascolto come in una spirale che si espande e si intensifica ad ogni giro.  I frammenti si accumulano per farci vedere sempre più orrore come la violenza che la mascolinità esercita sui nostri corpi sia mascherata dal senso comune -o dal senso pratico del mondo- e cristallizzata, incarnata, in ciò che erroneamente chiamiamo, molto prima della cultura, la natura dell’uomo (del macho).

E questa è la grande scoperta della messa in scena: in “Breve incontri con uomini schifosi”, Veronese produce una sorta di zero grado del teatro, dove la regia e la recitazione, lasciano ascoltare e lasciano pensare tutto quello che si amplifica (e si decodifica) da sé, senza bisogno di essere sottolineato, né moralizzato, perché il regime di leggibilità già lo apporta , con tutta la sua potenza, l’epoca.  

Gli attori partecipano al gioco che propone l’opera e lasciano che il cumulo di linguaggio lavori sui loro corpi per illuminare le piccole forme sulle quali la ripugnanza produce le sue variazioni. Partecipano al gioco e riescono a fare della violenza un gesto attraente, seducente, impercettibile, impunito. E in questo gesto riportano sulla scena qualcos’altro: la cecità, l’alienazione che secoli di ideologia hanno prodotto su quegli stessi uomini e che impedisce loro di riconoscere la violenza come violenza.”

 

Locandina:

BreviI Interpreti con UominiI Schifosi
di David Foster Wallace

Regia Daniel VeroneseCon Lino Musella e Paolo Mazzarelli 

Produzione: Teatro di Napoli, Carnezzeria, Marche Teatro, Teatro Piemonte Europa, Triennale d’Arte di Milano, in collaborazione con Timbre4 di Buenos Aires e Aldo Miguel Grompone

 

Resurrexit Cassandra

Per una straordinaria Sonia Bergamasco, il testo di Cappuccio porta all’estremo le paure e le speranze che abitano l’animo umano, e disarma con la forza di un vocabolario viscerale, potente e poetico.

Il lavoro è un’accusa contro l’incomprensibile talento dell’essere umano per l’auto-inganno.  Forse un profondo desiderio di essere ingannati si nasconde nell’Umanità?

Noi sappiamo ogni cosa su quanto potrà accadere a noi e al pianeta; ma il piacere di ingannare noi stessi è forse più grande di questa consapevolezza? Questa è la nostra tragedia e la nostra vergogna.

Il testo, poetico e potente, scritto da Ruggero Cappuccio per Jan Fabre, affida alla bocca di Cassandra, la figlia del Re di Troia fatta ostaggio dal greco Agamennone, cinque movimenti, cinque umori, cinque colori, cinque elementi, portatori di senso e fonte di ispirazione, intorno ai quali si snoda il discorso che Cassandra rivolge all’Umanità: Nebbia, Vento, Fuoco e Fumo, Vapore, Pioggia.

 

La critica:

…lo spettacolo acquista forza e sanguigna vitalità, lungo la scansione e le invenzioni della bella e rispettosa regia di Fabre, dall’interpretazione di Sonia Bergamasco. Senza risparmio l’attrice modula corpo e voce in pieghe straordinarie, che insieme fraternizzano mentre incutono rispetto e timore con quanto lucidamente «vaticinano». Un tour de force che passa anche per la variazione cromatica degli abiti (tutti laminati e fatali) da cui progressivamente l’attrice si libera, quasi fosse una pelle dopo l’altra, e insieme un patrimonio di sapienza e coscienza. Una bella e fascinosa performance, che nello spazio di poco più di un’ora, ci fa viaggiare attorno e dentro di noi, tra le nostre sicurezze e i nostri dubbi, le illusioni e i rischi di una consapevolezza che continuamente rischia di sfuggire all’umanità. Gianfranco Capita Il Manifesto

Ideazione, regia, scenografia, video Jan Fabre

Testo Ruggero Cappuccio

con Sonia Bergamasco

Musiche originali Stef Kamil Carlens Disegno luci Jan Fabre Assistente alla regia Miet Martens

Una produzione

Troubleyn/Jan Fabre (B)

Carnezzeria srls (IT)

Napoli Teatro Festival Italia (IT)

Teatro di Napoli – Teatro Nazionale (IT)

TPE Fondazione Teatro Piemonte Europa (IT)

in collaborazione con Aldo Miguel Grompone

 

 
   
   

Night Writer

The Night Writer. Giornale notturno è un diario, una confessione, un flusso di riflessioni e appuntii dell’artista e dell’uomo Jan Fabre.
Pensieri scritti nelle lunghe notti insonni, sull’arte, sul teatro, sulla vita, sull’amore, sul sesso, sui legami famigliari: dai vent’anni sino alla maturità dell’artista fiammingo, oggi noto in tutto il mondo.

Come in una confessione, un mettersi a nudo con spregiudicatezza, con ironia e crudeltà, il copione raccoglie diverse pagine dei diari personali dell’autore, oltre a brani tratti dai suoi scritti per il teatro: ‘La reincarnazione di Dio’ (1976), ‘L’Angelo della Morte’ (1996), ‘Io sono un errore’ (1988), ‘L’imperatore della perdita’ (1994), ‘Il Re del plagio’ (1998), ‘Corpo, servo delle mie brame, dimmi…’ (1996), ‘Io sono sangue’ (2001), ‘La storia delle lacrime’ (2005), ‘Drugs kept me alive’ (2012). 

Night Writer

Testo, scene e regia di Jan Fabre

Musica di Stef Kamil Carlens

Con Lino Musella

Drammaturgia Miet Martens e Sigrid Bousset

Project Leader e tour manager Gaia Silvestrini

Consulenza tecnica Geert Van der Auwera

Produzione Troubleyn/Jan Fabre in collaborazione con Aldo Grompone, Roma

Coproduzione Triennale di Milano, Teatro Metastasio Prato, Fondazione Piemonte Europa,

Marche Teatro, Teatro Stabile del Veneto, Lugano In Scena.

Produzione esecutiva e difusione Aldo Miguel Grompone, Roma.

Premio Ubu 2019 – Migliore Attore

Cosi la critica:

“Uno degli spettacoli più belli della stagione, un vero cult…
Una autentica vertigine di emozioni dentro la vita di un artista sempre sul filo del rasoio…
Grande teatro grazie a un Lino Musella magistrale: ambiguo, ironico, triste, bello e potente.”
Anna Bandettini, la Repubblica, 29 ottobre 2019 

L’artista fiammingo, che di tante ricerche della scena di oggi è stato un ispiratore e precursore, si racconta, si confessa per bocca di un bravissimo attore italiano, Lino Musella, in uno spettacolo che unisce la sfrontata messa a nudo di sé a un alto grado di costruzione formale. 
Renato Palazzi, Il Sole 24ore

 

La tournée

15-17 marzo 2019 Milano, Triennale Teatro dell’Arte

19-24 marzo 2019 Prato, Teatro Fabbrichino

26 marzo 2019 Arezzo, Teatro Petrarca

27-31 marzo 2019 Ancona, Teatro Sperimentale

4 aprile 2019 Pesaro, Teatro Sperimentale

5 aprile 2019 Ascoli, Teatro Filarmonici

8-9 aprile 2019 Lugano, Teatro LAC

11-14 aprile 2019 Torino, Teatro Astra

16 aprile 2019 Carrara, Teatro Sala Garibaldi

18 aprile 2019 Napoli, Teatro Politeama

25 maggio 2019 Castrovillari, Primavera Dei Teatri

27 settembre 2019 Potenza, Teatro Francesco Stabile, Città delle 100 scale Festival

8 ottobre 2019 Mosca, Festival Na Strastnom

11-13 ottobre 2019 Roma, Teatro Vascello / RomaEuropa

15 novembre 2019 La Spezia, Teatro Dialma Ruggiero

16-17 gennaio 2020 Venezia, Teatro Goldoni

22-26 gennaio 2020 Padova, Teatro Verdi

5 febbraio 2020 Rovereto, Teatro Melotti

14 febbraio 2020 Pontedera, Teatro Era

 

Ed è uno spettacolo di rara intensità, crepuscolare e visionario, divertente e dissacrante. Poetico di una poesia trattenuta, detta timidamente, appena evocata sul filo dei ricordi. 
Andrea Porcheddu, glistatigenerali

Musella cerca un possibile, o impossibile, equilibrio col suo personaggio, Jan Fabre, un rapporto che permetta di entrare nella fucina magmatica, sangue, umori, viscere, di un artista geniale e discusso, provocatore e trasgressivo. E ci riesce con un’alchimia di toni e un’espressività raffinata e forte. 
Magda Poli, Il Corriere della Sera

 

Il nuovo assolo del geniale Jan Fabre, il primo scritto in italiano per l’ottimo Lino Musella, ci consegna

l’incrollabile certezza che il teatro sia il solo luogo (mentale, creativo, fisico) che nell’epoca del virtuale sia

riuscito a conservare la sua spiritualità. Jan Fabre con un assolo tutto nuovo, in cui si racconta, si rivela, si

nasconde, ci provoca, ci affascina ma per interposta persona… Questo alter ego è Lino Musella, interessante

attore che ama spesso esibirsi in spettacoli fuori dagli schemi consueti, ricco di estro e di intelligenza. …

Ascoltando le sue parole è possibile penetrare dentro l’officina artistica di questo inventore di teatro,

performer, coreografo, artista visivo che se ne infischia dei generi avendoli profanati tutti e che mantiene

l’incrollabile certezza che il teatro sia il solo luogo (mentale, creativo, fisico) che nell’epoca del virtuale sia

riuscito a conservare la sua spiritualità.

Maria Grazia Gregori, delteatro.it

 

Giornale notturno, sprezzante zibaldone di rapide illuminazioni («Ogni vera bellezza è scomoda») e

altrettanto fulminei turbamenti, redatto con irrequietezza nel corso di notti insonni. Ora questo diario

giovanile, composto da pensieri sull’arte e sul teatro, sul senso della vita e sulla famiglia, è diventato un

omonimo spettacolo, diretto ovviamente dallo stesso Fabre… artista che ha trovato nel teatro lo spazio

privilegiato di sperimentazione e nelle pratiche performative il luogo di confluenza di linguaggi e umori.

Matteo Marelli, Il Manifesto

 

 

Daniel Veronese

Brevi interviste con uomini schifosi

Attore, drammaturgo, regista, nato a Buenos Aires nel 1955. Maestro del teatro argentino, nome di riferimento in tutto il continente Latino Americano. Ha diretto oltre 70 spettacoli teatrali ed è autore di più di 60 testi, tra i quali “Mujeres soñaron caballos” “Los Corderos”, “La noche devora a sus hijos”.    È tradotto e rappresentato in Sud America, in Europa e nel mondo; in Italia nel 2010 Santarcangelo del Teatri ha presentato una sua “Hedda Gabler”; nel 2012 si sono visti al Napoli Teatro Festival due suoi indimenticabili allestimenti cechoviani: “Los hijos se han dormido” dal Gabbiano e “Espía a una mujer que se mata” da Zio Vanja.

 

   
   

Jan Fabre

Night writer     Resurrexit Cassandra

Jan Fabre (1958, Anversa) è considerato uno dei più innovativi e importanti artisti del teatro contemporaneo internazionale. Come artista visuale, regista teatrale e autore ha creato un mondo fortemente personale fatto di regole e leggi proprie, intessuto di caratteri, simboli e motivi ricorrenti. Influenzato dalla ricerca empirica dell’entomologo Jean-Henri Fabre (1823-1915), nella prima fase del suo percorso artistico è rimasto affascinato dal mondo degli insetti e di altre piccole creature. Sul finire degli anni 70, durante i suoi studi presso la Royal Academy of Fine Arts and the Municipal Institute of Decorative Arts and Crafts di Anversa, ha esplorato il modo di estendere la sua ricerca al dominio del corpo umano. Le performance e azioni, dal 1976 ad oggi, sono stati essenziali per il suo percorso artistico.
Il linguaggio scenico di Jan Fabre coinvolge una miriade di materiali e costruisce dei mondi popolati da corpi in un equilibrio tra gli opposti che definiscono l’esistenza della natura. La metamorfosi è un concetto chiave nel pensiero e nell’opera di Fabre, in cui la vita umana e animale sono in costante interazione. Come artista della scena ha unito la perfomance art al teatro. Ha stravolto il linguaggio teatrale portando in scena in tempo reale il tempo dell’azione. Dopo la sua famosa produzione di otto ore “This is theatre like it was to be expected and foreseen” (1982) e quella di quattro ore “The power of theatrical madness” (1984), ha incrementato lo sforzo con il  monumentale “Mount Olympus. To glorify the cult of tragedy, a 24-hour performance” (2015). Come artista visivo è riconosciuto e affermato in tutto il mondo a partire dalla mostra di Tivoli “castle “ (1990) e con opere permanenti in luoghi storici come “Heaven of Delight” (2002) nel Palazzo Reale di Bruxelles, “The Gaze Within (The Hour Blue)” (2011 – 2013) al Royal Staircase of the Museum of Fine Arts di Bruxelles e la sua ultima installazione “The man who bears the cross” (2015) nella Cattedrale di Anversa. E’ famoso per le sue personali come “Homo Faber” (KMSKA, Antwerp, 2006), “Hortus / Corpus” (Kröller-Müller Museum, Otterlo, 2011) e “Stigmata. Azioni e perfomance”, 1976–2013 (MAXXI, Roma, 2013; M HKA, Antwerp, 2015; MAC, Lyon, 2016). E’ stato il primo artista vivente a presentare una sua personale al Louvre di Parigi (“L’ange de la métamorphose”, 2008). La sua famosa serie “The Hour Blue” (1977 – 1992) è stata esposta presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna (2011), presso il Musée d’Art Moderne of Saint-Etienne (2012) e al Busan Museum of Art (2013). Il suo progetto “The sexiest part of the body”, chiamato cervello, è stato presentato nella mostra “Anthropology of a planet” (Palazzo Benzon, Venezia, 2007), “From the Cellar to the Attic, From the Feet to the Brain” (Kunsthaus Bregenz, 2008; Arsenale Novissimo, Venezia, 2009), e “PIETAS” (Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia, Venezia, 2011; Parkloods Park Spoor Noord, Antwerp, 2012). Le due serie di mosaici realizzati con i casi di ala dello scarabeo gioiello “Tribute to Hieronymus Bosch in Congo” (2011 – 2013) e “Tribute to Belgian Congo” (2010– 2013) sono state presentate al PinchukArtCentre di Kiev (2013) e presso il Palais des Beaux-Arts di Lille (2013). Fabre è stato anche invitato a presentare nel 2016 una mostra all’Hermitage Museum di San Pietroburgo che, conclusasi il 30 aprile 2017, è stata visitata da 1.160.000 spettatori.

Per la veemenza con cui affronta la propria arte, i lavori di Fabre hanno spesso, e suscitano ancora, polemiche e accuse dai toni molto accese.

   
   
   

Fuck Me

Marina Otero, icona della scena alternativa argentina, scrive il suo terzo lavoro (ultima parte di una trilogia politica e di autofiction), dal letto di un’ospedale, immobilizzata per un’operazione alla schiena. “Ho immaginato che sarei sempre stato al centro della scena, come un’eroina che si vendica di tutti e di tutto. Ma il mio corpo non ha tenuto il passo di fronte a tali battaglie. Oggi lascio il posto agli interpreti.

E continua, con Fuck Me, la costruzione di un’opera infinita sulla propria esistenza. Un lavoro che fonda la sua ricerca su un “io” concepito come uno dei materiali base della scena, sul travestimento della realtà e sulla trasformazione dell’io in un atto di abbandono all’altro. Spingendo indietro i confini che separano documentario e finzione, incidente e performance, Fuck Me esamina la nozione di tempo che passa e le stigmate che il corpo conserva. Uno spettacolo di esplosiva sincerità. E con radiosa irriverenza.

Dramaturgia e Regia Marina Otero

con Augusto Chiappe, Cristian Vega, Fred Raposo, Juan Francisco Lopez Bubica, Matias Rebossio, Miguel Valdivieso e Marina Otero

Creato nel 2020 al Festival Internazionale di Buenos Aires

Fuck me di Marina Otero indaga il corpo come estremità dell’esperienza umana e artistica. Otero attraversa il palco come in assenza, come se fosse in visita della sé stessa cristallizzata nel passato o, meglio, nel proprio corpo che quel passato ora lo rappresenta totalmente, senza più mutarlo, sovvertirlo al presente. 

Teatro e Critica – Simone Nebbia

   
   

Glory Wall

Glory Wall parte da una idea intelligente: è possibile fare uno spettacolo sulla censura in un momento storico e in un paese in cui la censura non esiste? E su questa idea denuncia il teatro contemporaneo accusandolo di essere incapace, nonostante la libertà di cui può usufruire, di esprimere un pensiero e cantandone sostanzialmente la morte.

di Leonardo Manzan e Rocco Placidi

con Leonardo Manzan, Rocco Placidi, Paola Giannini e Giulia Mancini
scenografie Giuseppe Stellato
light designer  Paride Donatelli
sound designer  Filippo Lilli
regia Leonardo Manzan

produzione La Fabbrica dell’Attore -Teatro Vascello, Elledieffe

Qui riportiamo estratti delle motivazione che hanno deciso alla giuria della Biennale di Venezia di premiare Glory Wall:

“Mettendo il pubblico di fronte a un muro bianco, che blocca la vista della scena, Manzan gioca in modo molto intelligente, ironico e divertente con l’idea del censurare sé stessi e gli altri – e con l’importanza diminuita del teatro. Il gioco che imposta con questo muro è radicale, coerente e molto immaginativo dal punto di vista formale, creando immagini e scene che riecheggeranno per molto tempo, interagendo con il pubblico attraverso minuscoli fori. Lo fa con un gioco nel quale è il regista di frammentarie parti del corpo, cioè mani, dita e polsi, che compiono micro-azioni attraverso questi fori. Lo spettacolo porta l’esperimento di Beckett con Not I a un livello superiore.” 
Giuria internazionale
Maggie Rose
Susanne BurkhardtEvelyn CoussensJusto Barranco

Commenti della stampa:

È un grande conforto constatare che ci sono dei giovani teatranti che si rifiutano di praticare il teatro con lo spirito degli impiegati al catasto, quando non (ciò che, purtroppo, oggi capita spesso) dei servi sciocchi; e che, invece, analizzano il teatro in rapporto ai nostri tempi e ne mettono in discussione lo statuto corrente
Enrico Fiore – Corriere del Mezzogiorno

Manzan ha interpretato la censura […] come una riflessione provocatoria sul potere o sulla sua mancanza nel nostro teatro”
Laura Zangarini – Corriere della Sera

   

Leonardo Manzan

Glory Wall

Romano di origine, è diplomato alla Paolo Grassi come attore. Inizia il suo percorso come regista insieme ai compagni di accademia creando “It’s app to you” (Premio Inbox 2018).

Sostiene un teatro fortemente meritocratico e progettato per rendere possibile uno scambio di energia attraverso dei tentativi di attivazione del pubblico, naturale destinatario del suo lavoro.

Il suo immaginario scenico non prescinde mai del contesto e dello spazio in cui viene presentato. Dunque le repliche delle sue creazioni, richiedono spesso un adattamento allo spazio e al contesto dove si presentano.

Nelle vesti di regista e autore sono da segnalare due creazioni che lo hanno reso noto al pubblico, “Cirano non deve morire” vincitore della sezione Registi under 30 della Biennale di Venezia 2018 e Glory Wall premiato come miglior spettacolo dalla giuria Internazionale della Biennale di Venezia 2020.

i suoi sono spettacoli sono piuttosto caotici, rumorosi , sovraccarichi di un’energia che con violenza si scarica addosso allo spettatore, cogliendolo alla sprovvista.

Leonardo, infatti, osserva con crudo cinismo la realtà teatrale contemporanea e non sembra avere paura del vuoto che vede attorno, o meglio crede importante constatare l’irrilevanza e la marginalità del teatro, e prenderne atto. È per questo, infatti, che  con l’irruente fermezza dettata dalla sua indole polemica – ama provocare i suoi interlocutori affermando che «se il teatro non ha più nulla da dire, sarebbe meglio tacesse”

   
   

Edificio 3 Storia di un intento assurdo

In questa nuova produzione italiana, Tolcachir descrive le difficoltà e le incomprensioni della nostra esistenza, mostrandoci quanto difficile sia modificare il corso della nostra vita.

Tradimenti, equivoci, desideri irrefrenabili, sogni e rimpianti.

Tutta la vita davanti agli occhi degli spettatori, che si riconosceranno in queste storie, perché Tolcachir sa metterci di fronte allo specchio dei nostri sentimenti.

Ne hanno scritto:

“… Una commedia deliziosa, onesta e pensosa, di ottima fattura artigianale (cast eccellente, anche quando improvvisa), quanto spessore emotivo! Genuinamente contemporanea, parla di tutti noi, ma non se la tira affatto. (…) E davvero allegria e gioco dona questo Edificio 3, nonostante la fragilità e la tristezza dei suoi personaggi: sul palco si piange, in platea si ride.”  Camilla Tagliabue, Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2021

“… strepitoso terzetto, Valentina Picello al meglio, Giorgia Senesi e Rosario Lisma. Non un tono sbagliato, e sulle loro insoddisfazioni, umiliazioni, insuccessi, inganni ci sfottono pure: uno spettacolo.”  Anna Bandettini, La Repubblica, 7 ottobre 2021

“E ancor di più ora il suo significato profondo, ammantato da una scrittura lieve e divertita, pennellata di grottesco e surreale, emerge, vestendosi di una realtà pandemica ben conosciuta, il vuoto delle esistenze, dei sentimenti, dei rapporti, della società che galleggia nel nulla di parole, del lavoro che manca.”       Magda Poli, Corriere della Sera, 7 ottobre 2021

“…  è una commedia in prodigioso equilibrio tra umorismo e pietas, con qualcosa di cechoviano nascosto tra le pieghe di un congegno drammaturgico ad alta precisione.” Sara Chiappori, Tuttomilano, la Repubblica, 30 settembre 2021.

Edificio 3

Storia di un intento assurdo

scritto e diretto da  Claudio Tolcachir

traduzione Rosaria Ruffini

con Rosario Lisma, Valentina Picello, Giorgia Senesi, Stella Piccioni, Emanuele Turetta

produzione Piccolo Teatro di Milano –Teatro d’Europa, Carnezzeria srls, Timbre 4

in collaborazione con Aldo Miguel Grompone

   
   
   

Another Round for Five

«so dove sono. Mi sono già persa qui»: sarebbe stato, anche questo, un bellissimo titolo per questo spettacolo. Sono parole di Cristiana Morganti che invece ha scelto, più propriamente, Another round for Five, per la sua creazione.

Su una scena quasi completamente vuota con cinque danzatori di diverse nazionalità e dalle esperienze professionali eterogenee,  emergono dei primi piani, campi lunghi e piani sequenza, in cui si alternano momenti di danza potente e vitale a momenti più teatrali, comici e toccanti, nei quali gli interpreti si rivelano, si raccontano con spiazzante sincerità. 

Note della critica:

Un lavoro sincero e maturo …”Another Round for Five, come gia “Since She” del greco Papaioannou realizzato per la Compagnia di Wuppertal, dimostra che si puo andare oltre il semplice epigono e che il lascito della Bausch puo essere terreno fertile e originale. Sergio Trombetta, La Stampa.

Cristiana Morganti guida cinque magnifici danzatori all’interno del suo Another Round for Five prodotto dal Funaro. Quello che si compone davanti agli occhi rapiti degli spettatori, è una costruzione che si avvita su se stessa formando un  macchinario che si disfa e si ricompone, che mostra rabbia, forza e gesti morbidi. Viviana Raciti TeatroeCritica

In Another Round for Five, ritornano piu volte, come flashback, le stesse sequenze interrote di buio, cambi di luce, e da una ricca playlist di musiche che determina momenti bellissimi di danza: ariosa, fluida, frenetica, con le braccia sempre in moto, e liberi assoli, intrecci di duetti e terzetti.

Giuseppe Distefano Pensieri Critico

Another round for five

regia e coreografia Cristiana Morganti

Con Maria Giovanna Delle Donne, Anna Fingerhuth, Justine Lebas, Antonio Montanile, Damiaan Veens

collaborazione artistica Kenji Takagi

disegno luci Jacopo Pantani

assistenti di prova Anna Wehsarg / Elena Copelli

editing musiche Bernd Kirchhoefer

direttore tecnico Simone Mancini

 produzione

 il Funaro | Pistoia con Fondazione Campania dei Festival, in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Metastasio di Prato, Associazione Teatrale Pistoiese, Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni e MA scène nationale – Pays de Montbéliard