theatre

Brevi interviste con uomini schifosi

Il drammaturgo e regista Daniel Veronese, maestro indiscusso del teatro argentino, porta in scena le “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace dando vita, con sguardo feroce e molto humor, a uno zibaldone di perversioni e meschinità, che ritraggono il maschio contemporaneo come un essere debole, che ricorre al cinismo se non alla violenza come modalità relazionale con l’altro sesso.

Veronese traspone queste voci, scritte da Wallace in forma di monologo al maschile, in dialoghi tra un uomo e una donna. In scena però chiama a interpretarli due uomini, che si alternano nei due ruoli maschile e femminile, in una dialettica che mette in luce tutte le fragilità, le gelosie, il desiderio di possesso, la violenza, il cinismo insiti nei rapporti affettivi.

 

Note da Mariana Mazover di Otra Parte                                                         

“Il titolo ci mette in guardia e non ci delude: “Breve incontri con uomini schifosi”; e per un’ora li vedremo, gli uomini ripugnanti. Scritta e diretta da Daniel Veronese, il lavoro ricompone, con notevole lucidità, una serie di monologhi in brevi conversazioni, dove assistiamo a due livelli di ripugnanza: quello che gli uomini fanno e quello che gli uomini narrano su quello che fanno.

Il titolo ci avverte: non c’è unità di azione. Le scene sono brevi e la connessione che propongono è tematica: parlano di conquiste sessuali, parlano di amore romantico o addirittura di perdita dell’amore, e lo fanno nella registrazione discorsiva in cui l’ideologia è meglio mascherata: l’universo del quotidiano.

Con un efficace dispositivo scenico che rompe (quasi) tutti i livelli espressivi dell’illusione realistica, Veronese concentra il nostro sguardo come se fossimo effettivamente in un laboratorio -il teatro- dove le ideologie sono messe alla prova e testate. In “Brevi Incontri con uomini schifosi” le pratiche affettive (cioè intime) e le pratiche discorsive (cioè sociali) di questi uomini sono offerte al nostro ascolto come in una spirale che si espande e si intensifica ad ogni giro.  I frammenti si accumulano per farci vedere sempre più orrore come la violenza che la mascolinità esercita sui nostri corpi sia mascherata dal senso comune -o dal senso pratico del mondo- e cristallizzata, incarnata, in ciò che erroneamente chiamiamo, molto prima della cultura, la natura dell’uomo (del macho).

E questa è la grande scoperta della messa in scena: in “Breve incontri con uomini schifosi”, Veronese produce una sorta di zero grado del teatro, dove la regia e la recitazione, lasciano ascoltare e lasciano pensare tutto quello che si amplifica (e si decodifica) da sé, senza bisogno di essere sottolineato, né moralizzato, perché il regime di leggibilità già lo apporta , con tutta la sua potenza, l’epoca.  

Gli attori partecipano al gioco che propone l’opera e lasciano che il cumulo di linguaggio lavori sui loro corpi per illuminare le piccole forme sulle quali la ripugnanza produce le sue variazioni. Partecipano al gioco e riescono a fare della violenza un gesto attraente, seducente, impercettibile, impunito. E in questo gesto riportano sulla scena qualcos’altro: la cecità, l’alienazione che secoli di ideologia hanno prodotto su quegli stessi uomini e che impedisce loro di riconoscere la violenza come violenza.”

 

Locandina:

BreviI Interpreti con UominiI Schifosi
di David Foster Wallace

Regia Daniel VeroneseCon Lino Musella e Paolo Mazzarelli 

Produzione: Teatro di Napoli, Carnezzeria, Marche Teatro, Teatro Piemonte Europa, Triennale d’Arte di Milano, in collaborazione con Timbre4 di Buenos Aires e Aldo Miguel Grompone

 

Resurrexit Cassandra

Per una straordinaria Sonia Bergamasco, il testo di Cappuccio porta all’estremo le paure e le speranze che abitano l’animo umano, e disarma con la forza di un vocabolario viscerale, potente e poetico.

Il lavoro è un’accusa contro l’incomprensibile talento dell’essere umano per l’auto-inganno.  Forse un profondo desiderio di essere ingannati si nasconde nell’Umanità?

Noi sappiamo ogni cosa su quanto potrà accadere a noi e al pianeta; ma il piacere di ingannare noi stessi è forse più grande di questa consapevolezza? Questa è la nostra tragedia e la nostra vergogna.

Il testo, poetico e potente, scritto da Ruggero Cappuccio per Jan Fabre, affida alla bocca di Cassandra, la figlia del Re di Troia fatta ostaggio dal greco Agamennone, cinque movimenti, cinque umori, cinque colori, cinque elementi, portatori di senso e fonte di ispirazione, intorno ai quali si snoda il discorso che Cassandra rivolge all’Umanità: Nebbia, Vento, Fuoco e Fumo, Vapore, Pioggia.

 

La critica:

…lo spettacolo acquista forza e sanguigna vitalità, lungo la scansione e le invenzioni della bella e rispettosa regia di Fabre, dall’interpretazione di Sonia Bergamasco. Senza risparmio l’attrice modula corpo e voce in pieghe straordinarie, che insieme fraternizzano mentre incutono rispetto e timore con quanto lucidamente «vaticinano». Un tour de force che passa anche per la variazione cromatica degli abiti (tutti laminati e fatali) da cui progressivamente l’attrice si libera, quasi fosse una pelle dopo l’altra, e insieme un patrimonio di sapienza e coscienza. Una bella e fascinosa performance, che nello spazio di poco più di un’ora, ci fa viaggiare attorno e dentro di noi, tra le nostre sicurezze e i nostri dubbi, le illusioni e i rischi di una consapevolezza che continuamente rischia di sfuggire all’umanità. Gianfranco Capita Il Manifesto

Ideazione, regia, scenografia, video Jan Fabre

Testo Ruggero Cappuccio

con Sonia Bergamasco

Musiche originali Stef Kamil Carlens Disegno luci Jan Fabre Assistente alla regia Miet Martens

Una produzione

Troubleyn/Jan Fabre (B)

Carnezzeria srls (IT)

Napoli Teatro Festival Italia (IT)

Teatro di Napoli – Teatro Nazionale (IT)

TPE Fondazione Teatro Piemonte Europa (IT)

in collaborazione con Aldo Miguel Grompone

 

 
   
   

Night Writer

The Night Writer. Giornale notturno è un diario, una confessione, un flusso di riflessioni e appuntii dell’artista e dell’uomo Jan Fabre.
Pensieri scritti nelle lunghe notti insonni, sull’arte, sul teatro, sulla vita, sull’amore, sul sesso, sui legami famigliari: dai vent’anni sino alla maturità dell’artista fiammingo, oggi noto in tutto il mondo.

Come in una confessione, un mettersi a nudo con spregiudicatezza, con ironia e crudeltà, il copione raccoglie diverse pagine dei diari personali dell’autore, oltre a brani tratti dai suoi scritti per il teatro: ‘La reincarnazione di Dio’ (1976), ‘L’Angelo della Morte’ (1996), ‘Io sono un errore’ (1988), ‘L’imperatore della perdita’ (1994), ‘Il Re del plagio’ (1998), ‘Corpo, servo delle mie brame, dimmi…’ (1996), ‘Io sono sangue’ (2001), ‘La storia delle lacrime’ (2005), ‘Drugs kept me alive’ (2012). 

Night Writer

Testo, scene e regia di Jan Fabre

Musica di Stef Kamil Carlens

Con Lino Musella

Drammaturgia Miet Martens e Sigrid Bousset

Project Leader e tour manager Gaia Silvestrini

Consulenza tecnica Geert Van der Auwera

Produzione Troubleyn/Jan Fabre in collaborazione con Aldo Grompone, Roma

Coproduzione Triennale di Milano, Teatro Metastasio Prato, Fondazione Piemonte Europa,

Marche Teatro, Teatro Stabile del Veneto, Lugano In Scena.

Produzione esecutiva e difusione Aldo Miguel Grompone, Roma.

Premio Ubu 2019 – Migliore Attore

Cosi la critica:

“Uno degli spettacoli più belli della stagione, un vero cult…
Una autentica vertigine di emozioni dentro la vita di un artista sempre sul filo del rasoio…
Grande teatro grazie a un Lino Musella magistrale: ambiguo, ironico, triste, bello e potente.”
Anna Bandettini, la Repubblica, 29 ottobre 2019 

L’artista fiammingo, che di tante ricerche della scena di oggi è stato un ispiratore e precursore, si racconta, si confessa per bocca di un bravissimo attore italiano, Lino Musella, in uno spettacolo che unisce la sfrontata messa a nudo di sé a un alto grado di costruzione formale. 
Renato Palazzi, Il Sole 24ore

 

La tournée

15-17 marzo 2019 Milano, Triennale Teatro dell’Arte

19-24 marzo 2019 Prato, Teatro Fabbrichino

26 marzo 2019 Arezzo, Teatro Petrarca

27-31 marzo 2019 Ancona, Teatro Sperimentale

4 aprile 2019 Pesaro, Teatro Sperimentale

5 aprile 2019 Ascoli, Teatro Filarmonici

8-9 aprile 2019 Lugano, Teatro LAC

11-14 aprile 2019 Torino, Teatro Astra

16 aprile 2019 Carrara, Teatro Sala Garibaldi

18 aprile 2019 Napoli, Teatro Politeama

25 maggio 2019 Castrovillari, Primavera Dei Teatri

27 settembre 2019 Potenza, Teatro Francesco Stabile, Città delle 100 scale Festival

8 ottobre 2019 Mosca, Festival Na Strastnom

11-13 ottobre 2019 Roma, Teatro Vascello / RomaEuropa

15 novembre 2019 La Spezia, Teatro Dialma Ruggiero

16-17 gennaio 2020 Venezia, Teatro Goldoni

22-26 gennaio 2020 Padova, Teatro Verdi

5 febbraio 2020 Rovereto, Teatro Melotti

14 febbraio 2020 Pontedera, Teatro Era

 

Ed è uno spettacolo di rara intensità, crepuscolare e visionario, divertente e dissacrante. Poetico di una poesia trattenuta, detta timidamente, appena evocata sul filo dei ricordi. 
Andrea Porcheddu, glistatigenerali

Musella cerca un possibile, o impossibile, equilibrio col suo personaggio, Jan Fabre, un rapporto che permetta di entrare nella fucina magmatica, sangue, umori, viscere, di un artista geniale e discusso, provocatore e trasgressivo. E ci riesce con un’alchimia di toni e un’espressività raffinata e forte. 
Magda Poli, Il Corriere della Sera

 

Il nuovo assolo del geniale Jan Fabre, il primo scritto in italiano per l’ottimo Lino Musella, ci consegna

l’incrollabile certezza che il teatro sia il solo luogo (mentale, creativo, fisico) che nell’epoca del virtuale sia

riuscito a conservare la sua spiritualità. Jan Fabre con un assolo tutto nuovo, in cui si racconta, si rivela, si

nasconde, ci provoca, ci affascina ma per interposta persona… Questo alter ego è Lino Musella, interessante

attore che ama spesso esibirsi in spettacoli fuori dagli schemi consueti, ricco di estro e di intelligenza. …

Ascoltando le sue parole è possibile penetrare dentro l’officina artistica di questo inventore di teatro,

performer, coreografo, artista visivo che se ne infischia dei generi avendoli profanati tutti e che mantiene

l’incrollabile certezza che il teatro sia il solo luogo (mentale, creativo, fisico) che nell’epoca del virtuale sia

riuscito a conservare la sua spiritualità.

Maria Grazia Gregori, delteatro.it

 

Giornale notturno, sprezzante zibaldone di rapide illuminazioni («Ogni vera bellezza è scomoda») e

altrettanto fulminei turbamenti, redatto con irrequietezza nel corso di notti insonni. Ora questo diario

giovanile, composto da pensieri sull’arte e sul teatro, sul senso della vita e sulla famiglia, è diventato un

omonimo spettacolo, diretto ovviamente dallo stesso Fabre… artista che ha trovato nel teatro lo spazio

privilegiato di sperimentazione e nelle pratiche performative il luogo di confluenza di linguaggi e umori.

Matteo Marelli, Il Manifesto

 

 

Daniel Veronese

Brevi interviste con uomini schifosi

Attore, drammaturgo, regista, nato a Buenos Aires nel 1955. Maestro del teatro argentino, nome di riferimento in tutto il continente Latino Americano. Ha diretto oltre 70 spettacoli teatrali ed è autore di più di 60 testi, tra i quali “Mujeres soñaron caballos” “Los Corderos”, “La noche devora a sus hijos”.    È tradotto e rappresentato in Sud America, in Europa e nel mondo; in Italia nel 2010 Santarcangelo del Teatri ha presentato una sua “Hedda Gabler”; nel 2012 si sono visti al Napoli Teatro Festival due suoi indimenticabili allestimenti cechoviani: “Los hijos se han dormido” dal Gabbiano e “Espía a una mujer que se mata” da Zio Vanja.

 

   
   

Jan Fabre

Night writer     Resurrexit Cassandra

Jan Fabre (1958, Anversa) è considerato uno dei più innovativi e importanti artisti del teatro contemporaneo internazionale. Come artista visuale, regista teatrale e autore ha creato un mondo fortemente personale fatto di regole e leggi proprie, intessuto di caratteri, simboli e motivi ricorrenti. Influenzato dalla ricerca empirica dell’entomologo Jean-Henri Fabre (1823-1915), nella prima fase del suo percorso artistico è rimasto affascinato dal mondo degli insetti e di altre piccole creature. Sul finire degli anni 70, durante i suoi studi presso la Royal Academy of Fine Arts and the Municipal Institute of Decorative Arts and Crafts di Anversa, ha esplorato il modo di estendere la sua ricerca al dominio del corpo umano. Le performance e azioni, dal 1976 ad oggi, sono stati essenziali per il suo percorso artistico.
Il linguaggio scenico di Jan Fabre coinvolge una miriade di materiali e costruisce dei mondi popolati da corpi in un equilibrio tra gli opposti che definiscono l’esistenza della natura. La metamorfosi è un concetto chiave nel pensiero e nell’opera di Fabre, in cui la vita umana e animale sono in costante interazione. Come artista della scena ha unito la perfomance art al teatro. Ha stravolto il linguaggio teatrale portando in scena in tempo reale il tempo dell’azione. Dopo la sua famosa produzione di otto ore “This is theatre like it was to be expected and foreseen” (1982) e quella di quattro ore “The power of theatrical madness” (1984), ha incrementato lo sforzo con il  monumentale “Mount Olympus. To glorify the cult of tragedy, a 24-hour performance” (2015). Come artista visivo è riconosciuto e affermato in tutto il mondo a partire dalla mostra di Tivoli “castle “ (1990) e con opere permanenti in luoghi storici come “Heaven of Delight” (2002) nel Palazzo Reale di Bruxelles, “The Gaze Within (The Hour Blue)” (2011 – 2013) al Royal Staircase of the Museum of Fine Arts di Bruxelles e la sua ultima installazione “The man who bears the cross” (2015) nella Cattedrale di Anversa. E’ famoso per le sue personali come “Homo Faber” (KMSKA, Antwerp, 2006), “Hortus / Corpus” (Kröller-Müller Museum, Otterlo, 2011) e “Stigmata. Azioni e perfomance”, 1976–2013 (MAXXI, Roma, 2013; M HKA, Antwerp, 2015; MAC, Lyon, 2016). E’ stato il primo artista vivente a presentare una sua personale al Louvre di Parigi (“L’ange de la métamorphose”, 2008). La sua famosa serie “The Hour Blue” (1977 – 1992) è stata esposta presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna (2011), presso il Musée d’Art Moderne of Saint-Etienne (2012) e al Busan Museum of Art (2013). Il suo progetto “The sexiest part of the body”, chiamato cervello, è stato presentato nella mostra “Anthropology of a planet” (Palazzo Benzon, Venezia, 2007), “From the Cellar to the Attic, From the Feet to the Brain” (Kunsthaus Bregenz, 2008; Arsenale Novissimo, Venezia, 2009), e “PIETAS” (Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia, Venezia, 2011; Parkloods Park Spoor Noord, Antwerp, 2012). Le due serie di mosaici realizzati con i casi di ala dello scarabeo gioiello “Tribute to Hieronymus Bosch in Congo” (2011 – 2013) e “Tribute to Belgian Congo” (2010– 2013) sono state presentate al PinchukArtCentre di Kiev (2013) e presso il Palais des Beaux-Arts di Lille (2013). Fabre è stato anche invitato a presentare nel 2016 una mostra all’Hermitage Museum di San Pietroburgo che, conclusasi il 30 aprile 2017, è stata visitata da 1.160.000 spettatori.

Per la veemenza con cui affronta la propria arte, i lavori di Fabre hanno spesso, e suscitano ancora, polemiche e accuse dai toni molto accese.

   
   
   

Glory Wall

Glory Wall parte da una idea intelligente: è possibile fare uno spettacolo sulla censura in un momento storico e in un paese in cui la censura non esiste? E su questa idea denuncia il teatro contemporaneo accusandolo di essere incapace, nonostante la libertà di cui può usufruire, di esprimere un pensiero e cantandone sostanzialmente la morte.

di Leonardo Manzan e Rocco Placidi

con Leonardo Manzan, Rocco Placidi, Paola Giannini e Giulia Mancini
scenografie Giuseppe Stellato
light designer  Paride Donatelli
sound designer  Filippo Lilli
regia Leonardo Manzan

produzione La Fabbrica dell’Attore -Teatro Vascello, Elledieffe

Qui riportiamo estratti delle motivazione che hanno deciso alla giuria della Biennale di Venezia di premiare Glory Wall:

“Mettendo il pubblico di fronte a un muro bianco, che blocca la vista della scena, Manzan gioca in modo molto intelligente, ironico e divertente con l’idea del censurare sé stessi e gli altri – e con l’importanza diminuita del teatro. Il gioco che imposta con questo muro è radicale, coerente e molto immaginativo dal punto di vista formale, creando immagini e scene che riecheggeranno per molto tempo, interagendo con il pubblico attraverso minuscoli fori. Lo fa con un gioco nel quale è il regista di frammentarie parti del corpo, cioè mani, dita e polsi, che compiono micro-azioni attraverso questi fori. Lo spettacolo porta l’esperimento di Beckett con Not I a un livello superiore.” 
Giuria internazionale
Maggie Rose
Susanne BurkhardtEvelyn CoussensJusto Barranco

Commenti della stampa:

È un grande conforto constatare che ci sono dei giovani teatranti che si rifiutano di praticare il teatro con lo spirito degli impiegati al catasto, quando non (ciò che, purtroppo, oggi capita spesso) dei servi sciocchi; e che, invece, analizzano il teatro in rapporto ai nostri tempi e ne mettono in discussione lo statuto corrente
Enrico Fiore – Corriere del Mezzogiorno

Manzan ha interpretato la censura […] come una riflessione provocatoria sul potere o sulla sua mancanza nel nostro teatro”
Laura Zangarini – Corriere della Sera

   

Leonardo Manzan

Glory Wall

Romano di origine, è diplomato alla Paolo Grassi come attore. Inizia il suo percorso come regista insieme ai compagni di accademia creando “It’s app to you” (Premio Inbox 2018).

Sostiene un teatro fortemente meritocratico e progettato per rendere possibile uno scambio di energia attraverso dei tentativi di attivazione del pubblico, naturale destinatario del suo lavoro.

Il suo immaginario scenico non prescinde mai del contesto e dello spazio in cui viene presentato. Dunque le repliche delle sue creazioni, richiedono spesso un adattamento allo spazio e al contesto dove si presentano.

Nelle vesti di regista e autore sono da segnalare due creazioni che lo hanno reso noto al pubblico, “Cirano non deve morire” vincitore della sezione Registi under 30 della Biennale di Venezia 2018 e Glory Wall premiato come miglior spettacolo dalla giuria Internazionale della Biennale di Venezia 2020.

i suoi sono spettacoli sono piuttosto caotici, rumorosi , sovraccarichi di un’energia che con violenza si scarica addosso allo spettatore, cogliendolo alla sprovvista.

Leonardo, infatti, osserva con crudo cinismo la realtà teatrale contemporanea e non sembra avere paura del vuoto che vede attorno, o meglio crede importante constatare l’irrilevanza e la marginalità del teatro, e prenderne atto. È per questo, infatti, che  con l’irruente fermezza dettata dalla sua indole polemica – ama provocare i suoi interlocutori affermando che «se il teatro non ha più nulla da dire, sarebbe meglio tacesse”

   
   

Mantova Lectures

Queste produzioni si presentano come lezioni d’autore, informali e fluide. In ognuna di esse Baricco sviluppa un itinerario della mente, attraverso immagini e sequenze inedite.

Il progetto prevede diversi programmi che possono essere presentati in serie (uno al giorno, o uno alla settimana) o scelto uno di loro, programmato singolarmente, come un singolo evento. Si tratta di monologhi/conferenza di circa un’ora e mezza dove Alessandro percorre storie e grandi temi, dove ci parla dell’arte, della musica, del mondo antico e del presente.

I titoli sono:

“La mappa della metro di Londra”

“Alessandro Magno”

“La discesa della croce di Van der Weyden”

“Sul Tempo e sull’Amore”

“Alessandro Baricco sulla Verità”

Rogier Van Der Weyden

 

 

 

 

la tempesta

di William Shakespeare
Traduzione e adattamento di Alessandro Serra
con (in o.a.) Fabio Barone, Andrea Castellano, Vincenzo Del Prete, Massimiliano Donato, Paolo Madonna, Jared Mc Neill, Chiara Michelini, Maria Irene Minelli, Valerio Pietrovita, Massimiliano Poli, Marco Sgrosso, Bruno Stori

regia, scene, luci, suoni, costumi Alessandro Serra

Produzione, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Emilia Romagna Teatro Fondazione / Sardegna Teatro
in collaborazione con Fondazione I Teatri Reggio Emilia / Compagnia Teatropersona

Nella Tempesta tutti cercano di usurpare, consolidare o innalzare il proprio potere. Prospero trascura il governo, cioè gestisce male il potere. E subito suo fratello, il suo stesso sangue, trama contro di lui insieme al re di Napoli e lo condanna a una morte per acqua. Gonzalo lo salva, fornendogli segretamente la fonte di un potere ben più grande di quello politico: la magia. Ma chi è sradicato non può che sradicare, dice Simone Weil, e così non appena giunto sull’isola, Prospero usa il suo potere magico per sottrarla a Caliban, che prima adotta come figlio e poi trasforma in schiavo. Lo stesso farà con Ariel: lo libera dalla schiavitù ma lo condanna a servirlo per dodici anni. Persino il suo atteggiamento nei confronti di Ferdinando e Miranda è dettato da un mero interesse dinastico. Anche nella tempesta, come in tutti i romances, c’è il tema dell’unione di due regni. 

Non appena mettono piede sull’isola Antonio convince Sebastiano a uccidere suo fratello per divenire re di Napoli. Solo Gonzalo, in un mirabile monologo scritto da Shakespeare con le parole di Montaigne, vaneggia di una società ideale senza violenza in cui ogni bene sia in comune, senza alcuna sovranità, in simbiosi con la natura.

Ed è proprio di fronte alla natura che nella prima scena si ribaltano le gerarchie: in un mare in tempesta comanda il Nostromo, non il re, perché Che gliene importa ai cavalloni del titolo di re!  

Ma in realtà chi comanda davvero è la natura, e quando la natura decide di riprendersi il suo spazio i marinai non possono che intonare il loro saggio requiem: È tutto inutile, preghiamo! Siamo fottuti! 

Tutti sono sul punto di morire annegati, ma in realtà non muore nessuno, è più un’immersione battesimale, un’iniziazione nel proprio labirinto interiore al termine della quale, dice Gonzalo, noi tutti ritrovammo noi stessi quando nessuno era più padrone di sé

Nella tempesta il sovrannaturale si inchina al servizio dell’uomo, Prospero è del tutto privo di trascendenza, eppure con la sua rozza magia imprigiona gli spiriti della natura, scatena la tempesta, e resuscita i morti. Ma sarà Ariel, uno spirito dell’aria, ad insegnargli la forza della compassione, e del perdono. Lo credi davvero, spirito? Io sì, se fossi umano.

Su quest’isola-palcoscenico tutti chiedono perdono e tutti si pentono ad eccezione di Antonio e Sebastiano, non a caso gli unici immuni dalla bellezza e dallo stato di estasi che pervade gli altri. Il fatto che Prospero rinunci alla vendetta proprio quando i suoi nemici sono distesi ai suoi piedi, ecco questo è il suo vero innalzamento spirituale, il sovrannaturale arriva quando Prospero vi rinuncia, rinuncia a usarlo come arma. 

Ma il potere supremo, pare dirci Shakespeare, è il potere del Teatro. La tempesta è un inno al teatro fatto con il teatro la cui forza magica risiede proprio in questa possibilità unica e irripetibile di accedere a dimensioni metafisiche attraverso la cialtroneria di una compagnia di comici che calpestano quattro assi di legno, con pochi oggetti e un mucchietto di costumi rattoppati. Qui risiede il suo fascino ancestrale, nel fatto cioè che tutto avviene di fronte ai nostri occhi, che tutto è vero pur essendo così smaccatamente simulato, ma soprattutto che quella forza sovrumana si manifesta solo a condizione che ci sia un pubblico disposto ad ascoltare e a vedere, a immaginare, a condividere il silenzio per creare il rito. L’uomo avrà sempre nostalgia del teatro perché è rimasto l’unico luogo in cui gli esseri umani possono esercitare il proprio diritto all’atto magico. 

Claudio Tolcachir

Edifico 3       Proximo

Drammaturgo e regista teatrale argentino. Fondatore della compagnia Timbre 4, presenta regolarmente i suoi spettacoli, sia nella sua Buenos Aires, che nelle città di tutto il mondo. Protagonista indiscusso della nuova scena argentina, ha riscosso il suo primo successo internazionale con il pluripremiato La Omisión de la Familia Coleman, presentato nelle più importanti capitali, tra cui Madrid, Parigi, Lisbona, Dublino, New York. È anche autore di Terzo corpo e Vento in un violino. Per i suoi lavori ha ricevuto numerosi riconoscimenti, sia in patria che all’estero. Insegna workshop per gli attori nella sua scuola e in altre città come visiting professor. Nel 2012 è stato riconosciuto dalla legislatura di Buenos Aires come spiccata personalità della cultura. Il marchio di fabbrica di Tolcachir è la sua capacità di raccontare eventi quotidiani caricandoli al limite del grottesco, rivisitando, con ironia e raffinatezza, generi televisivi ultrapopolari come la telenovela e la commedia sudamericana.

 Nel 2017 ha debuttato al Teatro Argentina con Emilia, produzione Teatro di Roma, con protagonista nel ruolo del titolo Giulia Lazzarini (premiata alle Maschere del Teatro 2017 nella categoria “Migliore attrice protagonista”), con il carisma della propria storia, di scena e di vita, volteggiando fra le sfumature dei sentimenti insieme ad altri quattro interpreti, dal carattere e umanità toccanti, come la stessa Pia Lanciotti, pronta a frantumarsi in pezzi nell’inferno di una desolazione familiare (premio “Migliore attrice non protagonista” alle Maschere del Teatro 2017).

Nel 2021 è la volta di un nuovo allestimento italiano, con il Piccolo Teatro di Milano e un cast di attori italiani mette in scena “Edificio 3, Storia di un intento assurdo“. Nel 2022 dirigera l’Ecole de Maitre, la nuova edizione del Corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale ideato da Franco Quadri, attualmente curato dai partner del progetto europeo e con il sostegno dal MIBACT.